mercoledì 4 novembre 2020

 

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Post Scriptum


“Io non ammetto il teatro”


Anche se può apparire una dispersiva divagazione dal tema che più ci interessa, il destino del teatro, premetto che non amo le generalizzazioni: preferisco esercitarmi a separare mentalmente una cosa da un’altra notandone la differenza, la diversità, distinguendo se possibile coloro che, dotati di talento, si fanno notare nel loro campo d’interesse professionale per il coerente rigore, per il coraggio, talvolta temerario, di lasciare un segno, imprimendolo così bene da riuscire a emergere, a eccellere, uscendo così facendo dall’anonimato, tanto da differenziarsi, liberandosi dal bisogno di conformarsi agli standard sociali prescritti. Nina e Trepliòv, già alla fine dell’Ottocento, ne Il Gabbiano di A. Cechov, si dichiarano contrari al teatro contemporaneo, esponendosi con ardore, gridando a gran voce “Io non ammetto il teatro.” Proprio così, testuali parole. Vanno in cerca di “nuove forme”, non ammettono l’esistenza di un “teatro narcotico”, ché per loro “è routine e pregiudizio”, più propensi piuttosto a rinunciare alle posticce scenografie in uso.

Quando si alza il sipario e nella luce serale, in una stanza con tre pareti, questi grandi ingegni, questi sacerdoti dell’arte rappresentano gli uomini intenti a mangiare, a bere, ad amare, a camminare, a portare la propria giacca; quando da quadri e da frasi banali si sforzano di cavar fuori una morale – una morale meschina, accessibile, utile agli usi domestici; quando in mille varianti mi offrono sempre lo stesso, lo stesso, lo stesso, - allora io scappo e scappo, come Maupassant scappava via dalla Torre Eiffel, che gli opprimeva il cervello con la sua banalità.” (Trepliòv) Sono parole che lasciano tutt’oggi di stucco: potrebbero fuoriuscire dalla penna di un giovane autore nostro contemporaneo. Ecco, essi sono un esempio indelebile di coraggiosa e rigorosa coerenza, come anche lo sono Amleto, Edipo, Antigone, tanto per citare alcuni personaggi ribelli, dannati da un assoluto, che appartengono a questa numerosa schiera di soggetti partoriti dalla fantasia umana, spietati verso ogni ipocrita felicità mondana e ancor più verso sé stessi. Apprezzo in tutti, chi realmente esistito e chi personaggio emerso dall’immaginazione creativa di autori teatrali, il loro geniale valore, provo una affinità psicologica verso di essi e li considero con rispetto anche quando li vedo perseguire percorsi e obiettivi lontani dai miei: purché io percepisca nella loro anima la possessione di un dèmone.

 

Ampliando il ragionamento, personalmente ora non solidarizzo in modo indistinto con tutte le categorie professionali, per esempio in modo generico con tutti i commercianti richiedenti in tempo di pandemia, in quanto esercenti, ‘ristori’, contributi a scatola chiusa e sussidi a fondo perduto a protezione della gestione delle loro attività, esercizi tristemente uguali l’uno all’altro, sorti di recente senza alcuna necessità, privi di distinzioni, di orizzonti e di visioni prospettiche. Non si riflette mai sulla necessità di cambiare lo stato delle cose in una società che si mantiene in vita prevalentemente aggrappandosi all’agitazione turistica. Il sogno di tanti è quello di tornare nostalgicamente al passato pre-covid, anziché far tesoro di quanto sta succedendo per rivoluzionare le stantie concezioni e gli illusori valori culturali che ci hanno condotto in questo vicolo cieco a sbattere contro il muro dell’ignoranza. Non si è compresa la necessità di una radicale rivoluzione culturale. Non si pensa a incentivare riconversioni professionali mirate, preferendo istigare i soggetti a rimanere sulla soglia dei negozi in attesa che qualche turista di passaggio abbocchi alle interessate lusinghe da bottegai. Il discorso da fare compiutamente sarebbe tuttavia lungo e complesso, esulando dai fini che mi sono prefisso. Mi sento avvinto da un vincolo di interdipendenza che mi unisce affettivamente e moralmente a chiunque curi ciò che fa con passione e professionalità, cercando di perfezionarsi giorno dopo giorno, indefessamente, non succube del dio denaro e non in cerca di facili guadagni. Sono empaticamente vicino a chi esercita, per esempio, l’arte culinaria, sia esso chef stellato o umile cuoco di provincia, valorizzando le risorse del territorio, cercando di reperire con cura i prodotti e i produttori, innovando o riproponendo le ricette tradizionali, purché esigenti verso sé stessi, in continua correzione di sé e dei risultati già conseguiti. Avverto in tal caso comunanza di interessi e mi sento sollecitato a sostenerli con partecipazione, se sento in loro il possesso di una visione alta del proprio mestiere, non praticato solo per lucro, esercitandolo con rigore: provo questo sentimento ogniqualvolta mi trovo di fronte a qualcuno, chicchessia, condannato per così dire a inseguirsi in un rigoroso perfezionamento professionale, morso dal bisogno di avanzare nella conoscenza del proprio mestiere.

Ora, mutatis mutandis, tornando a riflettere sul teatro, mi sento solidale con chi, errando di errore in errore, si impegna con slancio vitale e, in cerca di perfezione, insegue anch’egli un nobile ideale, ambendo a consegnare la propria immaginazione a spettatori e a testimoni che si nutrano anch’essi di alte aspettative, impegnandosi tutti coralmente alla realizzazione di opere sublimi. Non sempre si riesce nell’intento, forse quasi mai a dire il vero, ma ciò che conta è guardarsi nell’animo in cerca del proprio destino interiore, senza doveri autopunitivi verso sé stessi, ma anche senza facili autoassoluzioni.

I teatranti li ho visti di recente scendere in piazza, sì, ma uniti anch’essi solo da richieste sindacali di incentivi a fondo perduto, senza tuttavia, mi sia consentito dirlo, alcuna distinzione di merito. Mi sembra vi sia penuria, in chi pratica questo mestiere, di ideali, di sentimenti e scopi nobili, ognuno chiuso nel proprio orticello ad arare percorsi già visti e solcati innumerevoli volte da altrettanti innumerevoli predecessori, senza nulla aggiungere, in mancanza di chiare visioni e di contemplazioni spirituali elevate. Senza sistematiche concezioni (concipere=prendere insieme) artistiche di pensieri e di idee, l’agire scenico non può che rimanere ancorato a terra da uno stantio zavorramento che non apre ad alcuna prospettiva creativa degna di nota, se non a ripetitivi, macabri déjà vu. Non c’è più chi formuli progetti visionari, senza i quali tutto è noiosamente prevedibile e previsto. Si replica, mi sembra, clonando sé stessi, di spettacolo in spettacolo, senza nulla aggiungere e senza essere agiti da alcuna necessità, se non quella di apparire, mossi da un anacronistico autocompiacimento. Senza la visionarietà dei sognatori il teatro si estingue per asfissia suicida.

Figure vive! Bisogna rappresentare la vita non com’è e non come deve essere, ma come ci appare nei sogni.” (Trepliòv)

In questo momento storico che stiamo vivendo, di fronte a buona parte della gioventù lasciata a bighellonare privata della dignità di un lavoro, pervasa com’è dall’illusione di sfrenati e incontenibili pensieri e comportamenti edonistici, morbosamente autoindulgente e compiaciuta da sfrenate movide che trasformano tutto il tempo in tempo libero e in ricerche di futili e labili piaceri, non assolviamo più con spirito di abnegazione i nostri doveri e compiti etici missionari verso la società alla quale apparteniamo. Non rispondiamo a una ‘chiamata’, un ispirato afflato, non ci siamo dati un mandato artistico e sociale dedicandolo alla diffusione di alti e nobili ideali, risvegliando le coscienze, non sappiamo più neanche cosa sia l’esecuzione di esercizi spirituali. C’è perfino ancora chi, mummificatosi in cerca di scritture e in mancanza d’altro, si nasconde dietro a repertori e a testi letterari. Abbiamo indirizzato il teatro a fini egotistici, atteggiandoci intellettualisticamente, mossi da compiaciute esaltazioni dell’io, riducendo la pratica artistica a un lavoro impiegatizio, alla ricerca di sovvenzioni, paghe sindacali, giornate lavorative, contributi previdenziali, numero di repliche e di laboratori. Ma il fine non è quello di fare spettacoli, non si pratica il teatro per il teatro. È un mezzo, è un veicolo come dice Brook, è un atto di conoscenza, necessario per elevare l’umanità, certo, ma a partire da noi stessi. Il teatro è tutt’altro che finzione, è una speciale missione segreta verso la verità, e non verso la vanità, e chi lo pratica ha un mandato da darsi e da assolvere per avvicinarsi alla profonda verità della vita, alle grandi e ineffabili domande che scaturiscono da essa, quelle che si pongono tutti, domande ontologiche in merito a cosa sia la vita stessa, quale ne sia lo scopo, il senso, il significato o la sua mancanza di significato, tutte domande che concernono l’essere e il non essere. Appunto, ci risiamo.

Roberto Ruggieri.